“Cuzz’l”….quanta meraviglia in un baccello

Questa foto l’ho scattata questa mattina, andando a lavoro in bicicletta. I campi di fave si perdono a vista d’occhio.

Quindi l’idea di parlarvene un po’, non solo dei suoi principi nutrizionali, degli usi in cucina, ma soprattutto delle curiosità del passato e suoi “trascorsi” mitologici ed esoterici.

Le fave sono quindi un legume primaverile “tutto da scoprire”. Il nome latino è Vicia Faba.

Originarie dell’Asia centrale si sono diffuse in tutta l’area mediterranea. Qui, in Puglia, appartengono alla più antica cultura contadina, il consumo è documentato sin da epoca romana dove venivano consumate con uova, miele e pepe, oltre che crude e scondite. Col tempo le ricette con le fave si sono evolute, la nostra tradizione le vuole in zuppa con cicoria catalogna ma, con le amiche di “Ortaggi ed oltre”, abbiamo realizzato un pesto di fave novelle e mandorle la cui ricetta potrete trovare su You tube “Ortaggi ed oltre in cucina” . https://youtu.be/xbonU8v8PLk

I benefici per la salute sono molti: contengono più del doppio delle proteine dei cereali, vitamine del gruppo B, carboidrati, acqua, fibre e minerali ( calcio, sodio, ferro, fosforo, potassio e selenio) adattissime quindi per chi segue diete senza carni (vegetariani, vegani, crudisti, flexiteriani). Utilissime per gli studenti, grazie alla “levodopa” un amminoaicido che favorisce la concentrazione. Fra le ultime scoperte l’utilità contro il ParKinson, per diminuire i tremori, grazie sempre alla levodopa.

Ma iniziamo con le curiosità: sapevate che trovare un baccello con dentro 7 semi di fava porta fortuna?

Nella magia popolare locale, le fave, erano utilizzate a scopo divinatorio: si ponevano 3 fave sotto il cuscino. Il mattino dopo se ne prendeva una a caso. Quella sgusciata prediceva povertà, quella priva di nasello agiatezza, quella integra ricchezza (tradizione di Francavilla Fontana). La stessa usanza è citata dal Cattabiani, per i paesi del Gargano, ma il rito si eseguiva la notte di San Giovanni Battista. Erano usate anche nelle pratiche esoteriche. Costituivano, infatti, uno degli ingredienti di un antico unguento utilizzato per “far apparire cose strabilianti”. Insieme alla Belladonna, alla Datura e al Giusquiamo (che sono i principali veicoli dello stato narcotico della mistura) le fave avevano il compito di rendere la pelle meno grassa e quindi facilitare la penetrazione dell’unguento, con cui si cospargevano tempie ed ascelle.(cfr Mattioli).

Sono sempre state associate a molti tabù: pare che la dea Demetra ne avesse proibito l’uso ai suoi sacerdoti e a quanti partecipassero ai suoi riti, così fecero pure gli orfici e i pitagorici (Pausania dice che il motivo di tale divieto è “un sacro segreto”). Si ritiene però che fosse perché la fava era considerata mezzo di comunicazione tra Ade e i terreni, per cui cibarsene significava mangiare le teste dei propri avi.  Le anime dei morti potevano addirittura impossessarsi di un essere umano attraverso le fave.

L’acqua in cui si immergevano delle fave per infuso si tingeva di rosso, colore del sangue, e tanto impediva ai pitagorici di cibarsene perché per loro significava nutrirsi di carne umana. Nell’antica Roma venivano utilizzate in riti propiziatori ai defunti. Nelle tombe dei morti si gettavano fave, perché nella convinzione che contenessero sangue, davano energia ai morti negli inferi. Secondo il Cattabiani, il pasto funebre raffigurato su diversi mosaici pavimentali romani, il “silicernium” si è tramandato sino ai nostri giorni nel cibarsi, in occasione della commemorazione dei defunti, di dolci a base di pasta di mandorle a forma di fave (es Manduria)

Come vedete si può far cultura anche parlando di patate bollite o meglio di “fave novelle”

Fonti:Gianfranco Mele “La voce di Maruggio” Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di Studi Salentini, Lecce, 2012,Nardone et al. P

Pubblicato da Titti Semeraro

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Bari. Ha esercitato la libera professione fino al 2010, quindi ha deciso di dedicarsi allo sviluppo delle imprese e al suo territorio di appartenenza la Valle d'Itria nella sua amatissima Puglia. Ha costituito con Raffaella Portulano l'Associazione Giuniter per promuovere il territorio in tutte le sue sfaccettature. Ha scritto una guida per bambini della città di Locorotondo, una favola "Rodolfo e Josephine" per avvicinare i più piccoli all'utilizzo dei prodotti a km0,è arrivata seconda classificata al concorso nazionale "Racconti Divino" nel 2018 con il racconto "Il vino del padre". E' partner nell'organizzazione di tour esperenziali con l'Associazione "Passaturi" di Teresa Acquaviva

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