Scopriamo gli “Avucchiari”

Passeggiando per tratturi e poderi in agro di Crispiano, con l’amica Teresa, ci siamo imbattute in due antiche masserie abbandonate, che sebbene in totale decadimento strutturale mi hanno lasciata senza fiato.

Le “masserie” sono caseggiati rurali che caratterizzano il paesaggio pugliese, da Nord a Sud sin dal XIV secolo, con caratteristiche proprie a seconda della zona e quindi dei materiali di costruzione e gli usi di destinazione. Il termine “masseria” deriva (ma anche qui vi sono più opinioni) dal termine “massa”, cioè, una grande estensione di terra su cui sorgevano aggregati rustici gestiti dai “massari” per conto dei feudatari, di piccoli proprietari e a volte da ordini ecclesiastici.

Svolta questa doverosa premessa, nell’osservare “Masseria Russolite”, ripeto in totale abbandono, lo sguardo non può non essere attratto da una struttura assolutamente inusuale anche per chi è abituato a ricercare e ispezionare questa tipologia di manufatti: una serie di ordinati parallelepipedi in pietra, una sorta di colombaia per colombi giganti o addirittura loculi per sepolture e ho chiesto a Teresa cosa fosse. Inaspettata la risposta: ARNIE o  meglio “AVUCCHIARI”, in questo caso un monoblocco lineare a forma di “L” esposto a mezzogiorno. Casualmente ero di fronte ad uno degli “avucchiari” più noti della nostra zona.
L’allevamento delle api ha, nel nostro territorio, lontanissima tradizione: a Taranto una placca ricorda il passaggio di Lucius Columella, agronomo e scrittore apistico, mentre Virgilio nelle Georgiche nel verso 125 dice che il miele di Taranto era comparabile a quello dell’Attica (il più celebrato di quei tempi).
Il miele non solo era l’unico dolcificante di ampio uso, ma era anche un rimedio medicamentoso, mentre la cera era usata per la concia delle pelli, come combustibile ed a scopi votivi. In epoca medievale addirittura molti dei canoni, corrisposti dai contadini ai proprietari delle terre, erano costituiti da cera. In un editto reale Federico II, chiamato Puer Apuliae, ordinò che in ogni fattoria del regno doveva esserci una quantità sufficiente di api mentre, re Manfredi, nel suo “Statutum Massarium” raccomandava di porre arnie ovunque esistessero degli alberi, dei fiori e dell’acqua.
A Russolite, questa splendida struttura è composta di 32 arnie armadio, costruite con blocchi monolitici, disposti in maniera lineare appunto ad L, come già scritto. L’allevamento delle api veniva così effettuato: si iniziava con la raccolta di sciami selvatici, presenti nella parte cava degli alberi o nelle grotte, poi riposti in arnie orizzontali a forma di cassa, dopo aver allontanato le api, bruciando sterco secco, si procedeva all’apertura delle arnie ( 3 volte l’anno) e al taglio dei favi; questi venivano spremuti in appositi torchi per separare il miele dalla cera.
Quasi sempre gli avucchiari erano all’interno di giardini murati (proprio come a Russolite) in una sorte di simbiosi mutualistica: le api avevano bisogno di cure ed acqua e contemporaneamente impollinavano gli alberi da frutta.
Non c’è che dire la realtà è andata di gran lunga oltre la mia fantasia…..ma quanta tristezza a vedere oggi, questi “patrimoni” destinati a cadere non solo nel dimenticatoio, ma nel nulla…..GIUNITER prova quanto meno a parlarne.

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Pubblicato da Titti Semeraro

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Bari. Ha esercitato la libera professione fino al 2010, quindi ha deciso di dedicarsi allo sviluppo delle imprese e al suo territorio di appartenenza la Valle d'Itria nella sua amatissima Puglia. Ha costituito con Raffaella Portulano l'Associazione Giuniter per promuovere il territorio in tutte le sue sfaccettature. Ha scritto una guida per bambini della città di Locorotondo, una favola "Rodolfo e Josephine" per avvicinare i più piccoli all'utilizzo dei prodotti a km0,è arrivata seconda classificata al concorso nazionale "Racconti Divino" nel 2018 con il racconto "Il vino del padre". E' partner nell'organizzazione di tour esperenziali con l'Associazione "Passaturi" di Teresa Acquaviva

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